I missionari della patata

La patata, spontanea nel Cile, era presente sulle Ande nel XV secolo e fu portata in Europa dagli Spagnoli poco dopo il 1580. I Carmelitani la portarono in Italia verso la fine del XVI secolo, ma, come del resto in Europa, entrò solo negli orti botanici. Sembra che Filippo II ne abbia donato al Papa, ma alla corte pontificia fu mangiata cruda, come se si trattasse di un tartufo e quindi, quelli che non la trovarono disgustosa, si ammalarono. Altri utilizzarono le foglie o addirittura i frutti, che sono ricchissimi di solanina molto tossica e quindi il tubero sconosciuto incuteva troppa paura per poter essere adottato come cibo. Fu Federico II di Prussia, sovrano assoluto e illuminato, che per alimentare i sudditi e l’esercito che spesso soffrivano la fame per la  carestia, li costrinse a cibarsene con un sotterfugio. Si racconta che prima del 1757, le fece coltivare in certe sue terre alle quali di giorno l’esercito faceva la guardia, trattandosi di cibo del re. La notte le guardie si ritiravano e la popolazione pensò di rubarle ritenendole preziose. L’episodio però non è sicuro perché taluni attribuiscono l’aneddoto al re Luigi XVI. Durante la guerra dei sette anni, un farmacista e botanico dell’esercito francese, Augusto Parmentier,  fu fatto prigioniero dai Prussiani e durante la prigionia fu costretto a mangiare le patate come tutti gli altri. Ne studiò le proprietà botaniche e nutritive. Tornato in Francia, nel 1771 rispose ad un concorso indetto dal comune di Besancon per sostituire il grano nella produzione del pane: la sua relazione lo rese celebre. Si adoperò quindi con l’appoggio del re Luigi XVI a diffonderne la conoscenza ed il consumo. Oltre a ricette per preparare il pane con le patate come surrogato della farina, inventò diverse ricette a base di patate: nota è la zuppa che prende il suo nome, ove assieme alle patate si fanno bollire i porri appena rosolati, con l’aggiunta di latte (oggi si usa la panna).

In Italia furono i parroci a diffonderne la conoscenza: primo fra tutti, il parroco di Roccatagliata, Michele Dondero, che dal 1773, avendone avuta conoscenza attraverso Il Giornale del Parroco, e poi dalla Società Economica di Chiavari le coltivò e le consumò pubblicamente a dimostrare la loro idoneità come alimento. Ma in Italia la loro diffusione fu lenta: ancora nel 1815 le autorità austriache facevano circolare tra i parroci del Friuli le istruzioni per coltivarle con l’obbligo di  esortare i parrocchiani a coltivarle e quindi a consumarle, approfittando delle prediche.

Inizialmente il tubero per la somiglianza con il tartufo, venne chiamato tartifola. Fu presto adottata in sostituzione dei cereali, come unico alimento. Ciò causò terribili danni in Irlanda, quando tra il 1845 e il 1849 subì una terribile carestia, dovuta ad una malattia della pianta. In seguito a questo, nel 1846 iniziò la grande emigrazione degli irlandesi verso gli Stati Uniti. Altrove, venne usata in sostituzione del pane secco nelle zuppe, negli umidi e perfino negli gnocchi, dove si usava, fin dal Basso Medioevo, il pan grattato misto alla farina.

BIBLIOGRAFIA

Sito internet www.quarantina.it andando nella biblioteca si trova  l’intero testo di M.Angelini, La Quarantina bianca e le patate tradizionali della Montagna Genovese, con schede tra cui una con una lettera pubblicata sugli Avvisi della Società economica Chiavarese, nr 124 del 1779, scritta da don Michele Dondero

Enciclopedia Treccani in Internet

Angelini M., Le patate della tradizione rurale sull’Apennino ligure, Grafica PIEMME, Genova, 2008

Targa posta in una piazza di Roccatagliata (Ge)

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